Affetti e scherzi “serenissimi”


Barbara Strozzi (1619-1677)
Sonetto proemio dell’opera – duo *A
Chiamata a nuovi amori *B
Begl’occhi, bel seno *B
Le tre grazie a venere – trio *A
L’amante segreto *B
La crudele che non sente *B
Il ritorno – duo *A
Il romeo *B
Amor dormiglione *B
Vecchio amante che rende la piazza – trio *A
Lamento – Lagrime mie *D
La travagliata *B
La vittoria – duo *A
Compatite al mio gran fallo *C
Contrasto de cinque sensi – a 5 *A

 

*A: Primo libro de madrigali op. 1
*B: Cantate, ariette e duetti op. 2
*C: Ariette a voce sola op. 6
*D: Diporti d’Euterpe op. 7

Barbara Strozzi (1619-1677) nacque da padre ignoto e da Isabella Garzoni, cameriera di Giulio Strozzi, verosimilmente il padre naturale della ragazza, che la adottò e le diede un’educazione raffinata: la fece studiare con Cavalli, operista di punta nella Venezia dell’epoca, e la introdusse nell’ambiente dell’Accademia degli Incogniti, in cui però le donne erano ammesse solo come ospiti. Barbara sviluppò un grande talento musicale, e dal 1634 Giulio cominciò a riunire a casa sua una cerchia di intellettuali e musicisti per le esibizioni canore della figlia; alla fine del 1637 fondò l’Accademia degli Unisoni (una specie di costola musicale degli Incogniti), in cui Barbara aveva un ruolo centrale anche nelle discussioni. La nuova accademia le era stata quasi cucita addosso sia per offrire un palco adeguato ai suoi talenti, sia per inserirla in una rete di contatti utili nella professione musicale.
Nonostante le attenzioni di Giulio e la possibilità di accedere ai ‘piani alti’ della cultura veneziana, il peccato originale della nascita incerta pesò comunque sulla vita di Barbara, e sulla sua professione effettiva si aprono molti interrogativi. I commenti satirici sulla sua moralità, un dipinto che la ritrae a seno scoperto, quattro figli fuori dal matrimonio (tre certamente dello stesso padre) portano a pensare che fosse una colta e raffinata cortigiana; del resto, non essendo né nobile né monaca, non restavano molte altre strade per continuare una pratica musicale di livello professionale. Come donna compositrice il mondo dell’opera, per cui probabilmente avrebbe avuto talento, era inaccessibile; nemmeno come cantante Barbara affrontò il teatro, non sappiamo se per motivi di ordine sociale oppure tecnico: la sua voce, unanimemente apprezzata in contesti cameristici, forse non era in grado di reggere la scena teatrale come volume e presenza.
Barbara pubblicò otto raccolte di musica vocale tra il 1644 e il 1664, un corpus ragguardevole a cui si aggiungono alcune composizioni manoscritte. I pezzi hanno spesso una forte connotazione emotiva, letta di solito come caratteristica femminile ma in realtà tratto diffuso all’epoca nel genere cantatistico e anche madrigalistico. Sono composizioni dalla scrittura solida con un’interessante varietà di soluzioni formali che permettono di intonare i testi poetici (riconducibili a Giulio, alla stessa Barbara e alla loro cerchia) con perfetta adesione alle parole. Importanti sono le dediche, rivelatrici delle ambizioni della compositrice e dei buoni contatti del padre: op. 1 a Vittoria della Rovere, granduchessa di Toscana; op. 2 all’imperatore Ferdinando III; op. 3 a una Ignotae Deae (l’Accademia degli Incogniti?); op. 4, perduta, forse al duca di Mantova; op. 5 (l’unica spirituale) ad Anna de’ Medici, duchessa di Innsbruck; op. 6 a Francesco Carafa principe di Belvedere; op. 7 a Nicolò Sagredo (poi doge di Venezia); op. 8 a Sophia duchessa di Braunschweig e Lüneburg. Nonostante l’oculata distribuzione di questi omaggi musicali non riuscì però a Barbara di trovare impiego stabile neanche in una cappella musicale privata.
Il programma odierno propone una scelta dalle raccolte op. 1, 2, 6 e 7 che tocca diverse corde dell’ispirazione della Strozzi. I madrigali dell’op. 1, tutti su testi di Giulio, sono destinati a diverse combinazioni di voci (da 2 a 5) e utilizzano gli espedienti tipici del genere: contrappunto e imitazioni alternati, seguendo le esigenze testuali, a sezioni omoritmiche; attenzione pittorica al testo con i madrigalismi, ovvero l’immediata trasposizione musicale delle parole (ad esempio, nel primo pezzo, le fioriture su volo o canto, il rallentamento su faticosa, il gioco su unisco e disunisca, il ridere espresso da trilli e note ribattute); l’utilizzo, sempre assecondando l’espressione della poesia, di un’armonia carica di dissonanze. I pezzi in programma presentano anche un coté leggero della musica di Barbara, dai piccoli divertissements della perorazione de Le tre Grazie a Venere o del Contrasto dei cinque sensi fino alla comicità del Vecchio amante che rende la piazza.
Anche i brani dalle altre raccolte confermano la capacità di adattarsi a registri espressivi molto differenti, in un momento in cui i generi musicali si stavano definendo o ridefinendo, lasciando ai compositori una notevole libertà di scelte formali. Così le cantate si adattano ai testi senza uno schema predefinito, il confine tra cantata e aria è fluido, la possibilità di non sovrapporre esattamente la struttura musicale a quella poetica sempre aperta. Il grande lamento Lagrime mie, perfettamente costruito in sezioni differenti aderenti agli ‘affetti’ della poesia solidamente incorniciate dalle ripetizioni a mo’ di refrain del primo verso, icasticamente patetico, è rappresentativo sia della capacità tecnica della Strozzi di plasmare la forma sulle esigenze del testo, sia della profondità espressiva della sua musica. Oggi è uno dei pezzi più amati da pubblico ed esecutori di una compositrice che merita, senz’alcun dubbio, l’attenzione sempre crescente che le stanno dedicando studiosi, musicisti e ascoltatori.

Angela Romagnoli