L’arte dell’arco


Ludwig van Beethoven (1770-1827)

  • Quartetto in si bemolle maggiore op. 18 n. 6
    Allegro con brio
    Adagio ma non troppo
    Scherzo. Allegro
    Adagio “La Malinconia”
    Allegretto quasi Allegro

 

Emanuele Casale (1974)

  • 7 per quartetto d’archi

 

***

 

Béla Bartók (1881-1945)

  • Quartetto n. 6
    Mesto, Vivace
    Mesto, Marcia
    Mesto, Burletta
    Mesto

Quartetto Lyskamm

Il Quartetto Lyskamm è stato fondato nel 2008 al Conservatorio di Milano ed è composto da quattro musicisti italiani. Nel 2016 il Borletti Buitoni Trust ha assegnato al Quartetto Lyskamm il premio speciale per la musica da camera intitolato alla memoria di Claudio Abbado.
Negli anni precedenti il quartetto ha ricevuto il secondo premio ed il premio speciale Pro Quartet al concorso internazionale “Franz Schubert und die Musik der Moderne” di Graz, il premio Vittorio Rimbotti dell’Accademia Europea del Quartetto, il premio della Jeunesse Musicale Deutschland, la borsa di studio della Ad Infinitum Foundation ed il primo premio al concorso della Possehl Stiftung di Lubecca. Nel 2017 il quartetto ha vinto il primo premio al Gianni Bergamo Classic Music Award di Lugano.
Il Quartetto Lyskamm è stato ospite di numerose società concertistiche in Italia e in Europa, tra le quali la Società del Quartetto di Milano, Musicainsieme Bologna, il Festival Mito, l’Unione Musicale e Lingotto Musica a Torino, il Teatro Verdi di Trieste, il festival I Suoni delle Dolomiti, il festival internazionale Quatuor a Bordeaux (Francia), l’Aldeburgh Music Festival (Gran Bretagna), il Brahms Festival di Lubecca e il Rheingau Musik Festival (Germania). Ha collaborato in quintetto con Mario Brunello, Gabriele Carcano, Simone Rubino e con l’attore Giuseppe Cederna in uno spettacolo dedicato a Franz Schubert e Giacomo Leopardi.
Dal 2014 il Quartetto Lyskamm è impegnato nei progetti di circuitazione promossi, in Italia e in Europa, dal Cidim (Comitato Nazionale Italiano Musica).
Il quartetto è stato in residenza agli “Amici della musica di Padova” per il biennio 2015-2017 ed è quartetto in residence all’Accademia Filarmonica Romana per tre anni da gennaio 2019, eseguendo l’integrale dei quartetti di B. Bartók e l’op. 18 di L. van Beethoven.
Nella formazione del Quartetto Lyskamm sono stati incontri importanti quelli con il Quartetto Artemis presso l’Università delle Arti di Berlino e con i docenti Hatto Beyerle, Johannes Meissl, Ferenc Rados, Claus Christian Schuster, Eberhardt Feltz e il Cuarteto Casals. Il Quartetto Lyskamm ha proseguito il proprio perfezionamento sotto la guida di Heime Müller presso l’Università di Lubecca, conseguendo il Master in musica da camera.
In aprile è stato ospite con concerto e masterclasses alla prestigiosa Università di Oxford, in Inghilterra.
Nel gennaio 2019 è uscito in esclusiva con la rivista Amadeus il primo cd registrato dal Quartetto Lyskamm contenente i Quartetti n. 4 e n. 6 di Béla Bartók.

BEETHOVEN – La teoria dei “tre stili” beethoveniani a cui si usa riferirsi per comodità espositiva e sistematica funziona particolarmente bene nel caso dei quartetti per archi, che si distribuiscono in tre momenti temporali distinti presentando via via i segni di un progressivo approfondimento.
Dopo la prodigiosa stagione contrassegnata dai nomi di Mozart e Haydn, il genere del quartetto poteva vantare un prestigio particolarmente alto e tale da attrarre qualsiasi artista dotato di talento e ambizione. Fu dunque normale per il giovane Beethoven cimentarvisi tenendo per modelli quegli esempi ancora recenti e al contempo impegnandosi a trovare nuove strade che corrispondessero più intimamente alla sua visione. Anche per questa natura ‘transitoria’ i sei quartetti beethoveniani dell’op. 18 sono stati spesso malintesi, benché il principe Lichnowsky che li aveva commissionati se ne fosse detto alquanto soddisfatto ripagando l’autore con molta generosità (l’edizione a stampa uscì in un unico volume nell’anno 1801). Se dunque la critica non li ha complessivamente tenuti in grande considerazione è anche per ragioni comparative, nel senso che le coeve sonate per pianoforte, in ispecie la ‘Patetica’, risultavano al confronto assai più evolute per proprietà di stile, per non parlare dei Quartetti a venire. Sembra che lo stesso autore se ne dicesse in parte insoddisfatto trovando una piena riscossa pochi anni dopo con i tre mirabili quartetti dell’op. 59.
Il Quartetto in si bemolle maggiore (1799) in ascolto stasera è quello a cui si è guardato con maggiore indulgenza, non forse nella sua interezza ma in riferimento specifico alla seconda parte, con quell’originale Scherzo giocato sulla compresenza di due ritmiche diverse e ancor più al movimento finale da Beethoven definito “La malinconia”. Si tratta di un’inattesa situazione sospensiva su sonorità eteree che viene introdotta in quello che dovrebbe essere il movimento più convenzionale e sbrigativo. Un elemento psicologico-narrativo non privo di oscurità e sottolineature enigmatiche che qualifica l’intero quartetto e che trova poi sfogo in un Allegro vivace dal carattere danzante.

BARTÓK – Non c’è quasi grande artista del Novecento che nello scrivere un quartetto d’archi non si sia dichiaratamente ispirato alla lezione del Beethoven-ultima maniera. L’avvenirismo di quei sorprendenti quartetti dell’op. 132-135 composti dal genio in totale sordità e tali da porsi come esempi del massimo impegno intellettuale e morale, avevano trovato una comprensione autentica nel mondo sconvolto di cento anni dopo più che non nell’epoca in cui furono creati. Da lì si era recuperato quel procedimento tecnico grazie al quale il modello tradizionale fondato sul confronto dei temi in opposizione dialettica veniva sostituito dal principio dello sviluppo organico di cellule embrionali, ossia dal procedimento per variazione libera. Negando in tal modo la soluzione oggettivamene ottimistica che presiedeva al confronto dialettico, si approdava ad una problematica lacerazione che era coerente con il tragico contesto del “Secolo breve”: una specie di risorsa dell’intelletto per esprimerne i tormenti del momento storico.
Ed è appunto un mondo allo sfacelo quello che si affaccia dietro l’ultimo quartetto di Béla Bartók, composto poco prima del suo auto-esilio americano. La tragica contingenza tuttavia non cede qui alla tentazione dello straniamento o dell’annicchilmento solipsistico: quella di Bartók rimane pur sempre una natura popolare, di un uomo di campagna che dalle proprie radici sa trarre energia, incisività espressiva.
Dietro i suoni di questo quartetto la sua visione può apparire a volte sofferente ma mai smarrita o vittimistica: tutto è tenuto sotto il costante controllo dell’intelligenza, che sa consentirsi anche qualche sapido tocco d’ironia nei due momenti centrali intitolati Marcia e Burletta che affiancano l’autore ungherese a certo Šostakovič. Peraltro il termine ‘Mesto’ che viene reiterato in tutti e quattro i movimenti del quartetto non ha un diretto valore espressivo ma è quasi l’indicatore generico di uno d’animo diffuso.

Diego Cescotti

7 per quartetto d’archi
Eseguito in prima assoluta ad Arezzo nel 2004, 7 è il brano più difficile che abbia mai scritto. Il suo senso del divertissement scaturisce da suggestioni abbastanza comuni nei miei lavori di qualche tempo fa (fino al 2014): ironia, teatralità e gioco. L’ironia è ordinata e declinata con una certa lucidità architettonica. Poi c’è la teatralità, intesa come una specie di teatro dell’ascolto in cui ogni strumento del quartetto è parte di un dialogo serrato. Infine c’è il gioco, perché i dialoghi che ho prodotto hanno un carattere tendenzialmente ludico. Qualche volta si ascoltano “azioni” e “reazioni” veloci tra gli strumenti. Altre volte tutti corrono insieme in un fitto processo di incastri. Credo di aver subito l’influenza della musica elettronica underground di stampo ritmico. Riguardo al titolo, 7 non vuole dire nulla in particolare, soltanto che si tratta del brano successivo a una composizione intitolata 6.

Emanuele Casale